CULTURA DEL DARE ED ECONOMIA DI COMUNIONE
La "cultura del dare" risponde all'istanza di un'autentica solidarietà e universalità intesa come interdipendenza a tutti i livelli in alternativa alla "cultura dell'avere", del possedere, che propone l'avere "per essere" e concepisce l'uomo come "individuo": chiuso nella sua materialità incomunicabile e indivisibile (in-dividuum), cioè incapace di condivisione. La "cultura del dare" propone il dare per essere, l'uomo al centro dell'economia. Non è qualcosa di puramente teorico, bensì ha radici concrete e profonde perché "l'esigenza di dare è nel più profondo di ogni essere umano credente o non credente che egli sia" (Chiara Lubich). Il donare, cuore di questa cultura, non è semplicemente una modalità del comportamento dell'uomo, ma il suo stesso essere. Soggetto e radice della cultura del dare non è l'uomo che dona ma l'uomo-che-è-dono. Uomo inteso nella sua integrità come "persona": esso si realizza ed è tanto più se stesso quanto più si decentra e si dona liberamente ad altri. L'individualità e la socialità si incontrano nel dono di sé: un "dare" che i cristiani chiamano "evangelico" le cui caratteristiche sono gratuità, gioia, larghezza, abbondanza, disinteresse. Nasce l'unità e la società che ne deriva si compagina come comunione: l'essenza stessa della società e della persona. Una logica che produce un atteggiamento nuovo: non "io posseggo", né "nessuno possiede", né "tutti posseggono", ma tutti (noi tutti, singoli e popoli) doniamo. Sin dall'inizio le comunità nascenti del Movimento dei Focolari, hanno praticato la "comunione dei beni materiali", concretizzazione della cultura del dare ed espressione di una profonda comunione di vita spirituale, sull'esempio dei primi cristiani "tra i quali non vi erano indigenti". Dopo quasi cinquant'anni è stato possibile passare dalla comunione dei beni alla "Economia di Comunione", che nasce e si pone a fianco delle numerose iniziative che hanno cercato e cercano di "umanizzare l'economia". Il progetto dell'Economia di Comunione è una proposta, e una sfida, lanciata da Chiara Lubich nel 1991 durante un incontro con la comunità di San Paolo del Brasile, cuore di un Paese dove si soffre del contrasto sociale fra pochi ricchissimi e milioni di poverissimi. Di qui l'idea di aziende affidate a persone competenti i cui utili, nella libertà, sarebbero serviti per tre scopi: incrementare l'azienda, sovvenire direttamente ai bisogni più urgenti di persone con difficoltà economiche, sviluppare "strutture per la formazione di uomini e donne, motivati nella loro vita dalla cultura del dare, "uomini nuovi", perché senza uomini nuovi non si fa una società nuova…" (Chiara Lubich). L'"Economia di Comunione" è stata accolta con entusiasmo: molte aziende sono nate, e molte già esistenti hanno aderito al progetto, modificando il proprio stile di gestione aziendale. Oggi sono quasi 800 aziende di piccole e medie dimensioni operanti in diversi settori, per le quali il profitto è il "sottoprodotto" ed il prodotto principale è il contributo alla dignità dell'uomo e la centralità delle relazioni: tra dipendenti, tra dipendenti e imprenditore, con i clienti, i fornitori, le istituzioni, i concorrenti… Dunque prodotti e servizi di qualità, nel rispetto dell'ambiente, e attenzione non solo al bilancio economico ma anche al "bilancio sociale" con soluzioni organizzative mirate a favorire l'assunzione di responsabilità, il coinvolgimento dei collaboratori ai processi decisionali, l'attenzione alla sicurezza e alla qualità dell'ambiente di lavoro, la promozione di un contesto umano improntato al rispetto, alla fiducia e alla stima reciproci, le proposte di opportunità di formazione e di aggiornamento continui. A livello internazionale le imprese aderenti all'EdC si sostengono a vicenda e mettono in comune le proprie conoscenze. Questo stile di gestione e le aspirazioni di tali aziende creano fiducia e la partecipazione della clientela. Questo è dimostrato soprattutto nella gestione dei momenti di crisi, che porta alla luce la forza di coesione esistente e la stima guadagnata presso gli interlocutori esterni, che produce comportamenti di lealtà e perfino di solidarietà. Questo "movente ideale", la cultura del dare, conferisce maggiore stabilità alle aziende e sta dimostrando nei fatti la compatibilità delle esigenze di competitività e di redditività tipiche delle imprese operanti in un'economia di mercato con una profonda attenzione al fattore umano e allo sviluppo dell'intera società. Dimostrazione, dunque, che non esiste un antagonismo tra obiettivi economici e tensione sociale. Varie Università nel mondo stanno studiando questa nuova esperienza: a New York, San Paolo del Brasile, Santiago del Cile, Antioquia, Medellin in Colombia, Caracas, O'Higgings in Argentina, Tagaytay nelle Filippine e all'Università Cattolica di Piacenza, mentre l'Università Bocconi ha istituito un osservatorio permanente del progetto e sono ormai più di quaranta le tesi di laurea già discusse ed oltre cento quelle in preparazione. Questi diversi contributi di riflessione hanno aperto un confronto e si comincia a delineare, dall'esperienza dell'Economia di Comunione, una nuova teoria economica.
 

"Un elemento caratteristico de il Palio è che esso è sostenuto e costruito dal lavoro di tanti giovani, che per mesi si impegnano perché ogni anno la città possa vivere un momento di gioiosa aggregazione. Questo a testimoniare che la domanda di crescita anche economica di una comunità è preceduta e alimentata dalla crescita, nella sua identità, del senso di appartenenza ad essa, di una coscienza dell'interdipendenza tra i suoi membri fino alla reciprocità. Ecco perché il laboratorio de il Palio è innanzi tutto il luogo dove imparare la "cultura del dare", a mettere in comune se stessi, i propri talenti, il tempo a disposizione, i propri beni materiali. Oltre a questi giovani ci sono altri attori: imprenditori, professionisti, istituzioni, cittadini che con il loro patrocinio economico e morale e le loro competenze rendono possibile la manifestazione. Un'apposita équipe mette in comunicazione questi protagonisti con il Palio e le sue iniziative di solidarietà non solo in occasione della manifestazione, ma durante tutto l'anno creando rapporti di amicizia, di fiducia e stimolo reciproco fondati sulla libertà. Da questi soggetti, dall'"autotassazione", dai contributi delle squadre dei rioni, provengono le entrate del Palio. Ma forse la principale fonte di entrata è rappresentata dalla "Provvidenza", che ogni anno si manifesta nei gesti inattesi, nei volti e nelle storie di persone veramente generose. Provvidenza che è sempre puntuale negli immancabili momenti di difficoltà. I fondi raccolti con il Palio, tolte le spese e il necessario per dare una continuità a questa esperienza, come da Statuto, sono devoluti alle iniziative di solidarietà associate ogni anno alla manifestazione e in particolare al "Fondo Mondo Unito".

Antonio, 28 anni - Contabile e Studente di Economia